GENNAIO 7, 2014 DI BYEBYEUNCLESAM
Kusturica: “Perché la NATO esiste ancora? Per combattere il terrorismo? E’ ridicolo!”
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Mentre Bruxelles è coinvolta in una nuova campagna per portare altri Paesi nel suo contenitore, di fatto le divisioni fra nazioni si fanno più profonde. La chiamata per l’integrazione europea suona nelle piazze di Kiev e qualcuno teme che si possa trasformare in una espansione occidentale. Chi sa quale può essere la soluzione migliore? Oggi osserviamo questo scenario non con gli occhi di un esperto o di un politico. Abbiamo chiesto l’opinione di un grande artista sui cambiamenti che sono nell’aria: Emir Kusturica – regista, attore, scrittore e musicista è su SophieCo.
Sophie Shevardnadze: Emir
Kusturica – regista, attore, scrittore e musicista – ti occupi di qualsiasi
cosa. Bello averti oggi al nostro spettacolo. L’Ucraina ultimamente ha fatto
notizia, tutti ne parlano, tu hai affermato che gli Ucraini stanno guardando allo
scenario jugoslavo – quale preciso parallelo faresti tra Ucraina e Jugoslavia?
Pensi che la guerra civile sia possibile?
Emir Kusturica: Non penso che arriverà una guerra civile perché il problema
dell’Ucraina è principalmente “chi ci darà di più”, perché ho la sensazione che
queste persone risvegliate dai loro colleghi europei siano molto disponibili ad
accettare qualche buona offerta. Quindi questo nome artificiale di ciò che noi
oggi chiamiamo NATO si sta di fatto espandendo.. o come usavano dire durante la
Prima Guerra Mondiale “Drang nach Osten.” E oggi è molto visibile infatti che
l’Unione Europea non significa la NATO ma di fatto essa vi è molto connessa.
Perché sto dicendo questo? Faccio l’esempio per cui, per ragioni strategiche,
Bulgaria e Romania sono diventate Europa prima anche della Serbia e della
Croazia. Cosa è l’Europa per me? L’Europa è un vecchio sistema che ci diede il
Rinascimento e i più grandi raggiungimenti della civilizzazione
giudeo-cristiana ed io sostengo tutto questo. Ma ogni volta, e questo succede
qualche volta in un secolo, che arriva una crisi, allora si trova il modo
formale per andare a prendere i beni che stanno dall’altra parte. Il mio
problema, un piccolo problema, è capire questo: se, come dicono, l’attuale
amministrazione con il presidente ha deciso al 100% di non entrare in Europa,
non capisco se questo è un atto sincero di Yanukovych o se è di fatto una
negoziazione, per cercare di ottenere di più dall’Europa. Ma il punto è che non
otterranno mai soldi dall’Europa, perché l’Europa non può dar loro nulla.
SS: Non hanno soldi.
EK: Non hanno soldi e la domanda è: chi ha i soldi? E tutti loro sanno che la
Russia ha i soldi, perché la Russia ha le risorse in Siberia che loro non hanno
– Napoleone provò a prenderle, Hitler ci provò ed anche Madeleine Albright
disse che non è giusto che una popolazione così poco numerosa viva su di un
territorio così vasto. Lei pensava infatti che il vostro gas, il vostro
petrolio e tutti i minerali e tutte le risorse che voi avete lì non sia giusto
non condividerle con loro.
SS: Ma cosa ne pensi delle
persone che stanno manifestando in Piazza Maidan? Cosa pensi di loro?
EK: Sembrano congelati, sono come tante altre persone…ma penso…
SS: Ma credi che siano
sinceri nella loro volontà di integrazione con l’Europa?
EK: Alcuni di loro si. Ho osservato Pankovich, l’uomo che era un Nazista, che
festeggiava, infatti, l’anniversario della morte dell’uomo che era un
Nazista. Quindi c’è un ampio raggio di persone diverse, ci sono persone che
realmente credono che una volta entrati in Europa avranno mille euro al mese e
ci sono persone che sono strumentalizzate, che sono addestrate – ma guardando
la Siria, è ovvio che la Siria ha una rivolta che non viene solo dal suo
interno. Sono stato in Siria, bella gente, persone tenere, incredibilmente
pulite, come mai le ho viste nell’intero mondo Arabo e Persiano e ciò che è
scoppiato lì è stato sicuramente organizzato. Chi fa queste cose?
SS: E’ un esportazione
dell’Islam fondamentalista in Siria…
EK: Ascolta, io sono la vittima dei fondamentalisti in Bosnia. Sono stato “etnicamente
pulito” da Sarajevo con altri 150-200.000 Serbi. So che cos’è. Questa guerra è
sempre stata quella che ha attratto quelli che non volevano combattere.
SS: Cosa significa “attratto
quelli che non volevano combattere”?
EK: Ad ognuno piace vivere in una buona società, nella quale puoi incontrare un
amico, bere un caffè con un musulmano, parlare di teologia con un ortodosso,
parlare di elettricità, di Nicola Tesla e di molti altri argomenti. Quando una
nazione è allarmata, è sempre meno attraente. Sarajevo era multietnica… Oggi,
per quanto io abbia combattuto per l’unità della Jugoslavia, la parte nella
quale sono attivo – che è chiamata Repubblica Serba – penso sia il momento di
provare a vivere da soli, di scegliere una propria definizione come nella
problematica dell’autodifesa, perché se condividi un posto con qualcuno che ti
dice che l’ideologia Musulmana vincerà alla fine e nel mezzo ci sono Cattolici
e Ortodossi – il futuro allora non è garantito.
SS: Voglio tornare un po’
indietro, a Sarajevo, dal momento che l’hai lasciata. Parli sempre di questa
storia, è nei tuoi film, ne scrivi, dici anche che la sogni. Non ci sei mai
tornato. Cosa accadrebbe se tu tornassi a Sarajevo?
EK: Il problema è che sono emotivamente bloccato, perché grossa parte di ciò
che amavo è naturalmente morto durante la guerra… Sarajevo è una città “pulita
etnicamente” in cui il 95 percento delle persone è musulmano. Sarajevo era
costituita da almeno 150,000-200,000 Serbi, che sono stati cacciati. Sembra
paradossale – la città era chiusa dalle truppe serbe sulle colline, ma la
maggior parte delle persone erano civili, come si dice, Europei, come me
– mi considero Europeo – sono stati cacciati. Quindi quando penso di
ritornare…una volta ho sognato di essere in auto e nascondermi, prima di tutto
per il fatto che io sono cresciuto lì, ho fatto due film lì, ho cominciato a
vivere lì e “cominciare a vivere” vuol dire intraprendere un processo
spirituale. Così ci si potrebbe chiedere “come è possibile che non voglia
tornare a Sarajevo?” ma sono assolutamente preoccupato che il mio dissenso
finisca in una specie di storia esistenziale di Jean-Paul Sartre nella quale se
io fossi tornato avrei camminato e nessuno mi avrebbe preso a calci in culo e
avrei vissuto senza provare nessuna emozione. Una città è fatta da chi la
popola – quando frequenti la vita notturna di Mosca vai nel posto in cui trovi
gente, anche se non è la folla a interessarti, – e questa folla a Sarajevo è
cambiata – socialmente, religiosamente, intellettualmente – e negli ultimi
vent’anni ha costruito un altro sistema di valori nel quale non mi ritrovo.
SS: La tua storia è simile ad
una tipica vicenda rappresentativa di una generazione persa – il crollo
dell’Unione Sovietica…
EK: Sono di una generazione persa?
SS: No, no, una generazione
persa alla Hemingway. Come sai dopo il crollo dell’Unione Sovietica la gente ha
affrontato questo…Io sono un po’ più giovane, ma comunque non ho un forte senso
di appartenenza ad una nazione o ad un’altra, perché sono Georgiana, ma ora vivo
in Russia e sono nata nell’Unione Sovietica. Hai un forte legame con una
nazione o senso di appartenenza ad un posto? Ti senti Serbo al 100%, e’ questo
ciò che sei?
EK: Riguardo all’identità, si, al 100%. Ma dall’altro lato, io lavoro
dappertutto, suono in America Latina, in Sud Corea, in Nord America. Quando
faccio un film, vado in tutto il mondo. Ho anche la nazionalità francese perché
sono molto devoto all’idea francese di visione dell’arte. Non so per quanto
possa durare e mi sento davvero bene con i francesi. Quindi non è un concetto
generale, ma una divisione di questi generi di grandi Paesi – anche la
Jugoslavia era grande – porta a conseguenze con cui è assolutamente difficile
continuare a vivere. Perché una volta che sei cresciuto con una nazionale di
pallamano che vince i campionati con Croati, Macedoni e tutti gli altri che ti
sono attorno e apparentemente essi adesso sono nemici.. questo è ciò che non si
confa alla vita di un uomo.
SS: Cosa pensi
dell’inevitabile adesione della Serbia all’UE, perché a differenza dell’Ucraina
a Belgrado non viene proposta un’alternativa?
EK: Direi che la Serbia si trova nel sud est dell’Europa e diventare un membro
dell’UE ti pone un sacco di limiti nella produzione, ti permette di svilupparti
il tanto che vogliono loro, ti da la possibilità di accedere a grandi fondi. La
questione è quanto prendi e quanto invece perdi. Penso che diventare un membro
dell’UE sia davvero costoso per la Serbia e se fossi stato io il Presidente non
avrei intrapreso questo percorso. Ma loro l’hanno intrapreso.
SS: Ma quale altra scelta ha
la Serbia? Pensi che possano sopravvivere con le loro sole forze?
EK: Perché no? Si può sempre sopravvivere. Come è sopravvissuto Castro accanto
all’America e operando ancora bene, stando ancora in vita? Perché no? Un’altra
domanda è – quando si diventa un membro dell’Unione Europea significa – ma non
lo dicono – diventare pure membro della NATO? Credo che sia automatico e questo
è un grande pasticcio. Vorrei rimanere neutrale; vorrei giocare militarmente ed
economicamente il ruolo di un Paese che potrebbe unire i due mondi. Se guardo
all’Ungheria, se guardo alla Repubblica Ceca – a parte il fatto che hanno tutte
queste vecchie case – non credo che la vita degli individui sia molto meglio di
prima, tranne per il fatto che possono viaggiare, lavorare, fare molte altre
cose. Ma cosa sappiamo della crisi, che è molto evidente, fra 20 anni: quale
Europa sarà tra 20 anni?
SS: Credo che nessuno possa
dire cosa ci sarà tra 20 anni, ma se si guarda all’attualità di sicuro ha un
sacco di problemi e soprattutto grandi Paesi dettano ciò che dovrebbero fare i
piccoli membri. Ma, nel complesso, ha la diversità…
EK: I Serbi avranno un grosso problema, perché non possono vendere la Rakia che
producono. Penso, se gli verranno offerte due possibilità, di andare in Europa
o di perdere la Rakia, essi faranno sempre la Rakia, non andranno in Europa.
SS: Quindi c’è una
possibilità che la Serbia non entri a far parte dell’UE?
EK: Non lo so…
SS: Ora, quello che sto
dicendo è che se si guarda all’Europa attuale, essa ha l’unità e la diversità,
e queste sono le qualità che tu apprezzavi nella ex Jugoslavia, no?
EK: Per favore, diamoci un taglio con le visioni idealistiche. L’Europa è la
Germania. Tutto il potere e tutto il potere produttivo e il potere politico di
dire l’ultima parola è della Germania. Quel che ti dice la Germania, sarà. Non
quel che ti dice la Romania o l’Ungheria. Stiamo parlando di tutta una regione
che sta attraversando una grossa crisi.
SS: Allora perché la Germania
ha bisogno dell’Ucraina se ci sono Grecia, Spagna, Italia e tanti altri?
EK: In ogni pezzo di terra, in cui potrebbero delocalizzare la Siemens,
potrebbero portare anche le loro banche, si potrebbe estendere il loro potere.
Se hanno 1 milione di persone nel Paese – rappresentano un mercato.
SS: Tu conosci molto bene la
Russia, ci sei venuto molto spesso, parli il russo, stai girando un nuovo progetto che è
anche basato sul punto di vista di Dostoevskij e hai detto
molte volte che Putin è ciò di cui la Russia ha bisogno; tu lo appoggi, dici
che lui è un grande per la Russia. Perché pensi che il conservatorismo ed un
atteggiamento anti-occidentale siano buoni per la Russia, secondo te?
EK: Penso che ogni Paese del mondo, compresa l’Inghilterra, che costituisce il
parametro per questo, deve avere i conservatori, perché ciò che la gente è
portata a sperimentare avviene semplicemente in maniera troppo veloce, e
governare lo Stato comporta molte fasi e molte difficoltà inaspettate.
Pertanto, c’è bisogno di qualcuno che controlli il territorio, sotto tutti gli
aspetti, con una mano molto forte, e penso che Putin non sia così forte come
dicono. Tra Putin e alcuni altri, puoi avere o l’anarchia o lo stalinismo.
Quindi penso che Putin sia una via di mezzo molto valida, in cui almeno le
merci che stanno arrivando ai russi possono ancora essere adattate. E spero
che, un giorno, molto presto, inizi a sviluppare maggiormente la questione
della consapevolezza sociale, la questione della gente, insegnanti che vivano
meglio, la classe media. Il problema per lui è che la crisi del mondo non fa
più vivere la classe media, anche in America, come era abituata. Il mondo
intero sta tornando all’epoca dei Faraoni, in cui avremo il 3% di miliardari e
basta, per il resto avremo più o meno solo poveri. Un sistema come questo deve
essere evitato, e il mio sostegno a Putin era infatti, direi, molto giusto,
perché c’erano le elezioni, mi avevano chiesto “Cosa voteresti, per chi sarebbe
il tuo voto?” e avevo detto che se fossi stato inglese sarei stato contro di
lui perché so che cosa vuole l’Inghilterra dalla Russia. La storia inglese
degli ultimi 200 anni è stata “come fermare la Russia nel suo cammino verso
l’Europa”. Se fossi americano, e sai cosa fanno gli americani nel mondo, lo
sanno tutti: uno lo dice ad alta voce, l’altro non è abbastanza coraggioso per
dirlo. Sappiamo che la NATO, apparentemente, ha unificato il mondo occidentale
dal punto di vista militare, esisteva per fare fuori il Patto di Varsavia, e
alla fine continuano ad esistere ancora. Per che cosa? Per i terroristi? Non è
molto convincente. Così, quando hai un tizio, che è venuto dopo Eltsin, dopo un
Presidente ballerino, che ha permesso a ogni singola agenzia di accedere al suo
ufficio, qualcuno che sta cercando di proteggere la tua dignità, per
consentirti di cavartela da solo e di decidere autonomamente quale strada
percorrere – e ho detto che avrei sempre votato per Putin.
SS: È così interessante – il
modo in cui parli di politica in Europa, in Russia, in America – come, se si
guarda al tuo stile artistico, come nei film e nella musica – tu sei sempre
quello che infrange le regole, in tutto quello che fai. E poi quando parli di
politica…
EK: Ormai mi sto avvicinando ai 60…
SS: Sì, ma quando si parla di
politica, per un spettatore medio, sei piuttosto conservatore. Come fai a
combinare quella veste?
EK: Si cambia. Se vi ricordate il film di Scorsese Taxi driver,
prima non ha un lavoro, poi arriva un taxi, e poi guidando il taxi incontra
molte persone, si innamora… Nel frattempo, si taglia i capelli e diventa
d’aspetto simile ad un punk, poi è testimone dell’abuso di una ragazza, la
donna che ama se ne è andata, è rimasto solo e uccide in una scena molto
sanguinosa gente che fa cose cattive. L’anarchia è dietro di lui, sopravvive,
la sua ragazza è tornata a casa e lui è nuovamente una persona normale. Così
sto parlando da conservatore perché non voglio vedere di nuovo la rivoluzione
bolscevica in cui la massa distrugge un così forte e così buono Zar, ammazzando
lo Zar e ammazzando tutta la sua famiglia intorno. Non credo che sia questo il
modo di fare le cose, io oggi sono sempre più a favore dell’evoluzione che
della rivoluzione, ma potrei ancora essere un rivoluzionario da un altro punto
di vista – perché, non mi dire che la gente in Piazza Maidan sta portando roba
buona per l’Ucraina, perché oggi nella Jugoslavia disintegrata, in ogni Repubblica,
c’è un grande ricordo del passato e tutti dicono che vivevano molto meglio
prima rispetto a come vivono ora. Io domando: “Come mai ora siete in Europa?”
Dicono che non lo sanno, ma che era molto meglio prima.
SS: Ma anche il catalizzatore
che ti ha fatto diventare così famoso tutto all’improvviso e vincere la Palma
d’oro – nasceva dallo spettatore occidentale, che ha visto il tuo film e ti ha
apprezzato – ci vedi una contraddizione qui?
EK: Non sono assolutamente in contraddizione con i miei spettatori occidentali!
Il problema del nostro Oriente nella percezione dell’Occidente è che noi
crediamo che il mondo occidentale sia unificato da cima a fondo e che loro
pensino la stessa cosa. Vai a Parigi e capita alle 4 del mattino in diversi bar
e vedi quanto odiano la politica che fanno. Così, questa massa, questi gruppi
di persone sono come noi – persone normali. Coloro che governano, pensano tutti
“in nome di milioni”, come dice Dostoevskij. E potrebbero anche uccidere senza
essere colpevoli.
SS: Con tutto quello che fai,
hai questa completa libertà interiore, vero? Nei tuoi film, nella tua musica,
nella maniera in cui parli alla gente – ma ti concedi il lusso di parlare di
problemi non essendone coinvolto. Pensi che tale libertà sia applicabile ai
politici?
EK: La mia libertà è comparabile alla verità che non sono mai stato un
politico.
SS: Ecco perché te lo sto
chiedendo, pensi che potrebbe essere applicata ai politici che sono in carica?
EK: Nel momento in cui io diventassi un politico tutto crollerebbe, perché poi
devi avere una disciplina, devi seguire la via che ti indica qualcuno. E così –
potrei dire ciò che provo e devo dirti: per tutta la mia vita ho fatto quel che
mi piace e questo è il motivo per cui potrei dire che ho una vita abbastanza
felice e di successo.
SS: So che quando sei
diventato famoso nel mondo, tenevi lezioni alla Columbia University. Stavi
facendo un film a Hollywood con i migliori attori. Perché non sei rimasto lì?
EK: Sarei morto.
SS: Perché?
EK: Perché lì non c’è nessuna libertà. Hollywood è impressionante, grande, era
la fonte della mia conoscenza, i film degli anni Cinquanta, Settanta, da Capra
a Lubich, i migliori registi del mondo. Poi Hollywood è diventata quel che è
oggi – è una fabbrica, che essi chiamano “l’industria cinematografica”, e
quando ne parlano, gli agenti tra loro, parlano di un’industria. Devo dire che
io sono un uomo vecchio stile che vede il cinema come una grande avventura in
cui ogni volta che inizio a fare un film non so mai dove potrei finire, è come
suonare Tchaikovsky e finire con Vivaldi. Io sono al 100% nella baraonda, che
lì non è consentita. Hanno un sistema forte, nel quale fabbricano film, mentre
io creo film. Ma ora mi dedico ad altro. Io sto finendo la seconda città, che
sorge su una penisola sul fiume Drina, che è al confine tra Serbia e Bosnia,
nella Republika Srpska. Sto costruendo una fattoria, in cui ho intenzione di
soggiornare prendendomi cura di mucche e pecore, e sto finendo il mio film e
spero che la mia vita prosegua e si modifichi in maniera tale che, quando
arriverà il momento di morire, non sentirò che sono morto.
SS: Emir Kusturica, ti
ringrazio tanto per la tua intervista, e ti auguro tutto il meglio in tutti i
tuoi impegni futuri.
EK: Grazie!
[Traduzione di M. Janigro e L. Salimbeni - il collegamento inserito è nostro]